Florence Korea Film Festival 2021

Florence Korea Film Festival FKFF

Una settimana di cinema coreano al Florence Korea Film Festival.

È la seconda volta che partecipo al Florence Korea Film Festival e devo dire che questa volta è stato tanto piacevole quanto la prima, se non ancor di più. È sempre gradevole organizzare una piccola gita nel finesettimana a Firenze. Se il clima ti concede un regalo, ci sono tutti gli ingredienti giusti per assaporare un bel piatto fusion dalla ricetta italiana, con l’aggiunta di qualche sapore coreano. Firenze sullo sfondo invoglia curiosi neofiti del cinema coreano a tentare la prima mano, e convince vecchi conoscitori a ritornare per scoprire il localetto o la stradina inesplorata la volta prima. L’unicità di questa città parla da sé e se già gli innumerevoli anni di storia e di arte si difendono da soli, il Festival è un motivo valido per vedere un aspetto nuovo della città.  

La portata del cinema coreano nel panorama mondiale è certamente aumentata negli ultimi anni. Gran parte del merito è dovuto al fenomenale successo agli Oscar di Parasite. Il picco raggiunto con questo film potrebbe essere visto come un punto di inizio e una base da dove poter cominciare a costruire il futuro nello scenario mondiale del cinema coreano. Ma come dice Bong Joon Ho stesso – nell’intervista rilasciata per il FKFF – il livello raggiunto dai suoi film ha radici ben profonde in una già lunga e consolidata tradizione.
A mio parere, il successo di Parasite apre la possibilità di riscoprire, per i più curiosi e appassionati, la lunga strada che il cinema coreano ha già percorso, come una piccola porta che apre anche al passato, e non solo al futuro.
Insomma Bong Joon Ho è un ponte tra il vecchio e il nuovo, tra la tradizione e l’innovazione e il suo successo rappresenta l’incoronazione meritata del cinema del paese. 

Questo il FKFF l’ha capito e ha ben pensato di inaugurare per la 19a edizione una categoria interamente composta da film – tra gli anni ’60 e primi ’00 – che hanno segnato in un modo o nell’altro la storia del cinema coreano.
Ho avuto l’occasione di vedere per la prima volta Joint Security Area di Park Chan Wook. Il regista è sicuramente più conosciuto a livello internazionale per altri suoi lungometraggi come la trilogia della vendetta, col rinominato Old Boy. Anche il cast di JSA è di gran spessore, con Song Kang Ho (Parasite) e un giovane Lee Byung Hun alle prime armi.
Il film è uscito nelle sale nel 2000, 47 anni dopo la fine della Guerra di Corea. In cinquant’anni l’argomento della divisione della Corea non è stato mai trattato in maniera così esplicita, tantomeno in maniera così provocante, da un mezzo di comunicazione potente come quello del cinema. Il film di Park Chan Wook rompe il silenzio su un argomento impossibile da ignorare, lasciando alla fine allo spettatore il compito di rispondere alla scottante domanda: “
cosa ne pensi di questa divisione?”.
Per una mia preferenza per film socialmente o politicamente impegnati, JSA è entrato s
enza ombra di dubbio nella mia personalissima classifica di film coreani preferiti.  

Per lo stesso motivo mi ha fatto molto piacere vedere nella stessa sezione di JSA (“New Korean Cinema”, film vecchi che hanno costruito la storia del cinema coreano) Chingu di Kwak Kyung Taek (uno dei primi film coreani che abbia visto e per questo motivo ricopre un posto speciale) e Peppermint Candy di Lee Chang Dong (Burning) per la sua straordinaria e essenziale capacità di raccogliere, raccontare (e soprattutto far riflettere) con un tono malinconico il rapido cambiamento sociale e economico avvenuto in Corea del Sud.
Il film è come una caramella alla menta: pungente e inconfondibile come la sensazione che si ha quando un indimenticabile passato poco piacevole riaffiora. Il film è costruito su una serie di flashback, proprio come fosse un ricordo che piano piano si dipana.
 

Tra i film di questa sezione che avrei volentieri voluto vedere c’è Oasis, anche questo di Lee Chang Dong con la partecipazione di Moon Sori, attrice alla quale è stata dedicata una intera sezione del festival, e Sol Kyung Gu, protagonista del film Peppermint Candy, precedentemente citato.
Un altro film che sfortunatamente mi sono perso è The Housemaid, film del 1960 unanimemente acclamato come uno dei film più importanti della cinematografia coreana. Il film è girato in B/N, è diretto da Kim Ki Young e
 nel 2010 è stato girato un remake con una sfumatura noir e erotica. Diciamo che perdersi qualche film era inevitabile vista la lunghissima programmazione del festival. 

 Un’altra categoria che merita di essere nominata è quella dedicata a Kim Ki Duk. Il visionario regista ha perso la vita nel dicembre 2020, a causa del Covid-19, in Lettonia dove erano in programmazione le riprese del suo nuovo film. Più apprezzato in Europa che nella stessa Corea, che sia acclamato o criticato, non si può negare il fatto che i suoi film si distinguano per la loro originalità nel raccontare la crudità della realtà, svelando le sgradevoli corde dell’animo umano. Il FKFF ha la bella idea di dedicare una intera sezione al regista e decide di farlo omaggiando la sua prima filmografia, quella un po’ meno conosciuta, ancora lontana dai successi di Ferro 3 e Pietà. La scelta dei film mi ha piacevolmente sorpreso e, un po’ come Bong Joon Ho, ha riaperto il passato.
Nonostante io abbia potuto vedere solo The Coast Guard (con il celebre Jang Dong Gun), sicuramente questa sezione mi ha spianato la via per ripercorrere la filmografia di Kim Ki Duk a ritroso, apprezzandone i film già molto concreti sin dagli esordi. The Coast Guard, visto successivamente a JSA un po’ per continuare la scia di film critici verso la militarizzazione della penisola coreana, lascia un messaggio molto potente: 
il vero nemico è all’esterno o è il mostro interno che coviamo dentro di noi? 

A mio parere è di gran interesse la sezione dedicata ai corti che ho visto con grande piacere. Probabilmente è la sezione che più mi ha stupito in positivo. Vista la loro breve durata (max 30’), i corti si prestano bene per essere visti in un momento di pausa tra un impegno e l’altro, un po’ alla stregua delle serie tv di oggi, ma a differenza di quest’ultimi in quei pochi minuti è racchiuso un mondo intero dove si sprigionano le idee e le emozioni della genialità dei registi.
I corti che ho visto con piacere sono “Journey To The Shore”, racconto della difficile relazione tra due ragazzi adolescenti gay, che mi ha sinceramente colpito grazie al suo semplice ma efficace finale, e “Dear Juhee”, sincera e commovente storia di un rapporto tra due ragazze inizialmente troppo diverse e distanti.
Un po’ più leggeri ma comunque di piacevole visione, grazie all’interpretazione degli attori, sono stati “Walking Backwards”, che svela piano piano il messaggio inizialmente sottinteso, ma più chiaro nel finale che invita a fare pace col proprio passato, e “Driving School“, simpatico episodio di una ragazza alle prese con l’ennesimo esame di guida. Un corto che mi ha incuriosito è “Peace River“, visto il ricorrente tema di violenza e bullismo nelle scuole coreane.
 

Purtroppo della sezione K-Documentary ho fatto in tempo solo a vedere Shadow Flower che narra la storia di una signora nordcoreana. Andata prima in Cina per ricevere cure adeguate ad alcuni problemi di salute e successivamente venuta in Corea del Sud per ottenere un lavoro che la pagasse di più per potersi permettere le cure, la signora rimane burocraticamente intrappolata in Corea del Sud senza poter tornare al Nord e ricongiungersi con la sua famiglia. 

Il cinema coreano si rivela molto versatile dimostrando la capacità di produrre una grande varietà di film raggiungendo ottimi livelli in ogni categoria. I film che ho visto sono stati tutti di mio gradimento e la difficoltà stava proprio nello scegliere i film da non perdere.

I film di apertura e di chiusura sono all’altezza del compito loro assegnato. Josée di Kim Jong Kwan, il film di apertura, racconta la storia di amore tra un giovane studente e una ragazza invalida costretta sulla sedia a rotelle. Il film, nonostante il tema abbastanza delicato raccontato con un’andatura lenta, il film giunge senza fretta al termine ma senza annoiare.
Il film di chiusura è The Day I Died di Park Ji Wan, thriller poliziesco, genere in cui il cinema coreano ormai si è specializzato deludendo raramente le aspettative. È stata gradevole anche la visione di Three sisters di Lee Seung Won che grazie a una attenta sceneggiatura e grande cura per i dettagli riesce a costruire la storia di tre sorelle alle prese con problemi gravi della vita. Nel finale c’è un bel flashback che spiega le difficili esistenze delle tre donne. Forse a causa della innegabile capacità del regista di coinvolgere lo spettatore nel corso del film non trova, a mio modesto parere, un soddisfacente finale che renda questo film impeccabile e lo metta due gradini sopra gli altri.
 

Tra le sorprese del Festival ci metto senz’altro Best Friend di Lee Hwan Kyung che, forse per le poche aspettative iniziali visto che non conoscevo il film, ho trovato esilarante e simpatico ma con l’obiettivo ben preciso di trattare un argomento di spessore senza prendere la strada della serietà. In un solo film si susseguono diversi ritmi e generi creando una specie di medley che si avvia alla conclusione con ritmi quasi da film di azione. L’aumentare del ritmo coincide con l’aumentare della tensione e intreccio della trama che si sbroglia alla fine tornando ad un tono spensierato e speranzoso. 

Tra i film da citare c’è sicuramente Barking Dogs Never Bite, primo lungometraggio di Bong Joon Ho. A detta del regista stesso, per scherzare un po’ sul film, dice di non ricordare bene cosa gli passasse per la testa quando lo stava girando e sembra a lui stesso una pellicola abbastanza strana. Nonostante ciò l’impronta di Bong Joon Ho è ben presente con il suo solito umorismo ironico trattando argomenti potenzialmente importanti. 

Ho avuto gran piacere nel vedere nella programmazione alcuni film con tematiche che fino a non molto tempo fa erano un tabù per la società coreana come l’omosessualità (Journey To The Shore, A Distant Place, A Good Mother), la tematica transgender (God’s Daughter Dances) e la questione con la Corea del Nord (Joint Security Area, Best Friend, Fighter).
Se la cinematografia riflette in qualche modo le tendenze della società, spero che questa ricca programmazione rifletta realmente una apertura della società coreana verso alcune questioni.
 

Come già detto in precedenza, il Festival ha proposto molte proiezioni, tra cui film, cortometraggi, documentari e approfondimenti, che nell’arco di una settimana, a causa degli impegni personali, sono difficili da vedere tutte. Inevitabilmente ci sono dei film che mi sono perso e che ora sono nella mia lista di film-da-vedere. Per citare alcuni di questi, tolti quelli già detti precedentemente, ci sono senz’altro alcuni lungometraggi di Kim Ki Duk, tra cui Unknown Address e Bad Guy, e ancora Crying Fist, The Woman Who Ran e Young Adult Matters. 

Come già detto, ho avuto la possibilità di andare in presenza al cinema la Compagnia, che tra l’altro è un cinema molto bello anche se con una sola grande sala, i primi tre giorni del Florence Korea Film Festival.
Il piacere più grande, ovviamente al netto della bella, ricca e ricercata programmazione, è vedere il pubblico, prevalentemente italiano, dimostrare una reale passione per il cinema coreano che sta prendendo legittimamente piede in un palcoscenico sempre più vasto. 

 

Grazie Gwon per aver riportato la tua esperienza e analisi dei film coreani proiettati al FKFF, dandoci una panoramica storica e sociale delle pellicole.

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Giulia S
Giulia. Cresciuta a pane e k-drama ha creato questo spazio per parlare del suo paese d'origine, la Corea del Sud, a 360° facendo perno sulla sua interculturalità e vuole sviluppare un ponte bi-direzionale tra la Corea e l'Italia. Racconta la Corea attraverso i kdrama con #dramiamo, propone uno sfizioso aperitivo coreano con #eatdrinkorea e fa lunghi approfondimenti sulle notizie dalla Corea per #rassegnadallacorea, il tutto a suon di Kpop con #radio360. Ogni tanto esce dal paese per osservare le altre culture con #oltrelacorea.

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