Juvenile Justice, la giudice su Netflix

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Juvenile Justice a cura di Giulia
{contiene spoiler}

Se dovessi descrivere Juvenile Justice sarebbe un pugno nello stomaco. Ed uno schiaffo in faccia. Perché quella violenza di cui si sente parlare, a volte, è inimmaginabile. Come è inimmaginabile la ferocia di certi soggetti.

Omicidio, violenza domestica, abusi e scandali di una gerarchia sociale malata sono all’ordine del giorno, il tutto riportato in un tribunale dei minorenni, quindi quelle efferate azioni rimbombano maggiormente.

Sim Eun-Seok, interpretata dalla magistrale Kim Hyesoo, è una giudice che viene assegnata ad un Tribunale per i minorenni locale, intrecciando, qui, il percorso di Cha Taeju, interpretato dall’attore Kim Moo-yul, il giudice collega che la affiancherà in questo nuovo, nascosto inizio. Questo loro incontro permetterà di scoprire le rispettive storie, con annessi scheletri nell’armadio e la loro indole. Come si approcciano alla professione e quanto del loro bagaglio emotivo influenzi sul primo.

La trama è tessuta fittamente, non lasciando spazio a buchi narrativi e a lacune inconciliabili; ogni personaggio che si incontra, dal primo all’ultimo, è una pedina in questa grande scacchiera preparata dagli sceneggiatori, i quali attingono a cronache nere coreane realmente accadute, come il brutale omicidio del bambino di 8 anni con cui si apre il sipario, buttandoci immediatamente in una narrazione claustrofobica e cruda, anticipando come sarà l’atmosfera di tutto il drama.

Ho apprezzato la scelta stilistica di avvalersi dei molteplici punti di vista, come accade negli episodi 4-5 con le ragazze della casa famiglia. Si gioca su due prospettive, da un lato quello della proprietaria che a prima vista ci porta a pensare che possa nascondere qualcosa di losco, confermato poi dai racconti delle ragazze; dall’altra, proprio il punto di vista di quest’ultime, nella duplice natura di vittime e colpevoli.

Una linea apparentemente confusionaria per indurre lo spettatore a riflettere che non esiste una verità assoluta, ma diverse percezioni e punti di vista. E che spesso si indossano lenti del pregiudizio, tendendo a sentenziare subito.

Gli attori puntano ad una recitazione basata sulle loro mimiche facciali e l’impostazione della voce senza mai strafare. 

I colori sono desaturati, scuri, giocando in una scala di neri, quel nero che è anche il colore della toga dei giudici di fronte cui gli imputati, a volte impauriti, a volte impavidi, si ergono in attesa del verdetto.

L’unica volta in cui si vede Eun-seok vestire di un colore che non sia nero, è quando va a visitare la tomba del figlio: indossa un abito bianco candidato, libera dal suo ruolo di giudice e libera dal peso che portava fino a quel momento.

La storia personale di Eun-seok è il motore che alimenta la sua austera visione da giudice e si intreccia fluidamente nella narrazione. Solo alla fine, in un crimine macabro, doloroso e crudele, emerge il suo fardello. La sua storia ha dato quel quid in più agli ultimi episodi, spesso sfumando la linea tra il conflitto d’interessi e professionalità, facendo vacillare persino i principi della giudice Na Geun-hee, interpretata da Lee Jung-eun, che per un’ironia della sorte, era la giudice che sentenziò il processo della morte del figlio. Tuttavia, la sua storia personale rende la visione più cupa e pesante, aggiungendo il carico da novanta ad un crimine già di per sé provante.

Il finale. Il finale che lascia correre l’immaginazione più fervida dello spettatore, aprendosi ad una duplice ipotesi: da un lato la curiosità di sapere cosa sia successo a quel bambino del primo episodio, lasciando anche presagire una possibile seconda stagione per esplorare il suo percorso; dall’altra chiude il cerchio della narrazione. Si finisce con chi si è iniziato.

Per quanto faticoso e a tratti nauseante, Juvenile Justice lo annovero tra i migliori prodotti che ho visto. I temi, non sempre facili, anzi mai, toccati sono dannatamente attuali che non guardano alla nazionalità, allo status sociale o al genere; sono frutto di una natura meschina e selvaggia, la cui mano della Giustizia deve ripotare ordine.

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Giulia S
Giulia. Cresciuta a pane e k-drama ha creato questo spazio per parlare del suo paese d'origine, la Corea del Sud, a 360° facendo perno sulla sua interculturalità e vuole sviluppare un ponte bi-direzionale tra la Corea e l'Italia. Racconta la Corea attraverso i kdrama con #dramiamo, propone uno sfizioso aperitivo coreano con #eatdrinkorea e fa lunghi approfondimenti sulle notizie dalla Corea per #rassegnadallacorea, il tutto a suon di Kpop con #radio360. Ogni tanto esce dal paese per osservare le altre culture con #oltrelacorea.

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