Pachinko, la storia di quattro generazioni

pachinko la moglie coreana

“Non giudicare le sue lacrime, figliolo. Si è guadagnata il diritto di piangere.”

 

Le saghe familiari attraversano le porte del tempo, lo fanno con estrema facilità, perché quella singola storia, avrà anche come protagonisti i singoli componenti di una famiglia, ma in realtà quelle storie hanno una portata più ampia, perché narrano le tribolazioni di un popolo intero e spesso il travaglio di una nazione. La storia di cui parliamo oggi per #dramiamoinhanbok, lo spin off di #dramiamo gestito interamente da Eleonora per noi, parla di un drama che la community attendeva con trepidazione, sto parlando di “Pachinko”.

Corea del Sud, 1915, nella piccola isola di Yeongdo, nel distretto di Busan, la seconda città più popolata della Corea e città portuale del paese, vive la giovane Sunja, insieme alla madre e al padre con evidenti problemi fisici, gestisce una locanda in cui viene data ospitalità ai pescatori ed ai viaggiatori.

Alla morta del padre, Sunja si innamora perdutamente di un uomo, che la mette incinta ma che non può sposare. Preoccupata per il suo futuro e per ripristinare l’onore della sua famiglia, la ragazza sposa un giovane pastore Isak e si trasferisce con lui in Giappone. Nella terra degli occupanti, coloro che li hanno privati della libertà, perfino della lingua e che ne minacciano continuamente la vita. Essere coreani in Corea, negli anni della feroce occupazione giapponese non è facile, ma essere coreano in Giappone è persino più difficile. Sunja lo imparerà presto. Ma questa non è solo la sua storia, ma la storia della sua famiglia, la storia di quattro generazioni che si alternano tra passato e presente, in tre terre differenti, Corea, Giappone ed America. È una storia d’immigrazione in una terra ostile, in cui paure, speranze, sogni ed opportunità si fondano, per realizzare una cronistoria a dir poco epica.

Come definire Pachinko se non mastodontico. Una produzione non solo coreana ma anche americana, che si serve di un cast stellato, abbiamo infatti, solo per fare qualche nome, il premio Oscar Youn Yuh-jung ed il re dei k-drama Lee Min-ho. Ed è proprio per questo che risulta difficile inserirlo nel panorama. Non è solo un k-drama e non è solo una serie tv (io lascio parlare sempre i prodotti, per me serie occidentale non è per forza sinonimo di qualità e kdrama non è per forza sinonimo di bello ma privo di sostanza), è un prodotto complesso e stratificato, ricco di sfumature, che attraverso il connubio di questi generi ripropone al pubblico un qualcosa di innovativo, coinvolgente ed allo stesso tempo poetico. 

Il fatto che si basi su un libro best seller poi si sente parecchio, i personaggi sono tutti caratterizzati e nessuno di loro risulta fuori posto. Le interpretazioni per di più sono a loro volta elementi caratterizzanti dei personaggi e li collocano nelle varie epoche, ogni singolo attore sceglie di dare al proprio personaggio un’identità marcata, che permetta allo spettatore di percepire immediatamente il perché di quella scena o di quella scelta, anche quando questa non viene loro esplicitamente spiegata. Sunja, la matriarca della storia ne è l’esempio perfetto.

La giovane Sunja, bambina spensierata ed allegra, che difronte al padre si immerge nelle acque del mare per pescare, viene sostituita da una giovane ragazza ingenua, ignara delle cose del mondo ma già fiaccata dalla vita, costretta a lasciare il paese nel quale è cresciuta e gli affetti che le sono sempre stati accanto per andare in un paese straniero, per questa ragazza il mare non è più un luogo tranquillo ma diventa il luogo che la separerà per sempre dalla sua unica famiglia, sua madre e comunque nonostante tutto cerca di ricostruire quel mondo che ha lasciato in quella terra lontano di cui non sa nulla se non quello che le è staro raccontato dal suo amante, mentre la sé anziana, ormai al culmine della vita ricerca la sé bambina che aveva dovuto lasciare andare negli anni, ecco perché la prima cosa che fa quando percorre Busan nel taxi che la deve portare all’hotel, lo ferma e si immerge nell’acqua, in quella scena così struggente ed onirica. Personaggi come potete vedere dotati di tridimensionalità e profondità.

La struttura del drama non segue l’andamento del libro, non è lineare nel raccontarsi, ma saltiamo da un’epoca all’altra, da un punto di vista all’altro, in questa narrazione altalenante ma comunque potentissima ed incalzante. 

Ed è il motivo per cui anche quando la narrazione deraglia dal libro, nel senso che per questione di formato alcune scene risultano avere una struttura differente dall’originale, la sostanza di queste non viene comunque tradita.

La lingua è un altro elemento fondamentale ed in questo caso non è una novità solo di Pachinko, bisogna rammentare che prima di lui già altri prodotti coreani avevano fatto lo stesso, per rimanere in tema “Mr. Sunshine” alternava diverse lingue. Per quanto mi riguarda bisognerebbe sempre vedere i prodotti nella lingua originale, proprio perché parte dell’esperienza visiva ed in questo caso più che in altri.

Per di più Apple Tv, consapevole forse di essere una piattaforma di nicchia rispetto ai suoi rivali e consapevole magari che il pubblico generalista ha più difficoltà a distinguere le lingue asiatiche, perché guarda meno prodotti di quella parte del mondo, aiuta lo spettatore con i colori dei sottotitoli, giallo quando gli attori parlano in coreano, blu quando parlano in giapponese e bianco quando parlano in inglese. Ed è peculiare notare, che quando i dialoghi avvengono tra i componenti delle famiglia di Sunja, tra coloro cioè che sono nati in Giappone, il figlio ed il nipote, che le onorificenze siano sempre pronunciate in coreano, come a rappresentarne l’elemento di familiarità, anche se l’intera conversazione avviene in giapponese. 

Ho molto apprezzato che nella serie vengano spiegati, alla fine di alcuni episodi chiave, determinati avvenimenti storici che hanno riguardato i cittadini coreani emigrati, una peculiarità narrativa che solitamente appartiene alle serie di ambientazione storica americana. Anche la scelta di intervistare le Halmeoni / 할머니 reali, che hanno cioè vissuto alcune di quelle esperienze (termine che si usa per le donne che hanno raggiunto una certa età, si traduce come nonna) è stata una scelta interessante, ho pianto parecchio lì. 

Ed infine arriviamo al mio elemento preferito per eccellenza, la fotografia e lasciatemelo dire, la fotografia di Pachinko è quella di un film da Oscar. 

Abbiamo scorci di paesaggi naturali che sembrano quadri dipinti, con quei colori vividi che risaltano all’occhio. 

Le scene al porto, che sono alcune tra le più rilevanti, hanno una prevalenza di colori scuri e freddi, come il grigio ed il rosso ambrato. Per di più gli Hanbok dei coreani hanno tutte tonalità smunte o pastello chiaro, come a non voler risaltare troppo, mentre i colori dei kimono giapponesi, quando appaiono sulla scena, sono sempre di colori brillanti, quasi come se il predominio venga rimarcato anche da questo elemento culturale. 

E poi ci sono le scene nel quartiere coreano in Giappone dove vivono gli emigrati. Un luogo a prima vista inospitale, pieno quasi a strabordare, anche qui la prevalenza dei colori vira verso una palette di cori scuri, ma quello che maggiormente risalta è l’uso della luce per sottolineare gli spazi angusti eppure ospitali, tanto che lo stesso Isak chiede al fratello, con tono preoccupato, che posto sia quello dove li ha condotti, questo prima di entrare nella casa. Ma spettacolari sono anche le ambientazioni in epoca più moderna, con skyline delle varie città da mozzare il fiato.

Infine lasciatemi dire due parole sulla sigla, fortemente criticata, naturalmente questione di gusti, ma io l’ho adorata. Credo che in generale il comparto audio abbia fatto una splendido lavoro. 

Il consiglio letterario legato al drama è chiaramente il libro da cui è tratta la storia, ma di questo parliamo prestissimo con un post a lui dedicato, anche perché mi sono dilungata fin troppo.

Io vi consiglio di recuperare Pachinko, in attesa della seconda stagione, già annunciata, e magari di leggere anche il romanzo, sperando che la storia continui a non essere snaturata. 

Ma ora tocca a voi. Avete visto Pachinko? Vi è piaciuto? Avete letto il romanzo? Siete in trepidante attesa della seconda stagione? Fatemi sapere. 

Pachinko è stato scritto da Ele, per la quale si ringrazia per il suo prezioso contributo!
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Ele Aracri
Eleonora classe 1994, laurea in Giurisprudenza. Calabrese di nascita, nerd di adozione. Appassionata di libri e storia, Eleonora si occupa della rubrica #dramiamoinhanbok, in cui ogni mese vi consiglia un drama storico e lo collega ad un consiglio letterario di diversa natura. Durante il periodo di Halloween cura invece la rubrica #dramiamospooky. Tutte le mattine nelle stories Instagram seleziona articoli per la nostra rubrica in comune #rassegnadallacorea, per cui scrive anche degli approfondimenti.

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