Riflessioni su La Moglie Coreana di Min Jin Lee

La moglie coreana pachinko

“La moglie coreana” tratta della vicenda di una ragazza coreana che si ritrova travolta dal destino: da una piccola isola nel Sud della Corea si ritroverà davanti all’inevitabile scelta di migrare verso il Giappone.
Il racconto comprende un arco di tempo di cinquant’anni dove si susseguono le vicende di quattro generazioni diverse. Infatti quella che all’inizio della storia era solo una ragazza adolescente, nel corso del tempo diventerà moglie, madre, lavoratrice e infine nonna.

Quello che realmente vediamo è l’evoluzione di una donna. Insieme ad altri elementi che si legano tra loro nel corso delle vicende, la figura femminile è l’ingrediente più sostanzioso del libro.
Il racconto ne mette in risalto vari aspetti e ne raffigura i diversi profili sotto luci (e ombre) diverse.
La  donna del libro ama, sogna, sbaglia, cresce, è amata, protegge, subisce, si pente, reagisce e piange, ma alla fine è sempre pronta a pagare il conto che la vita le presenta. E questo pattern, anche se non sono minuziosamente descritte le vite di tutti i personaggi che attraversano la narrazione, è costantemente presente. Sono le donne e la loro sofferenza le vere protagoniste di questo libro che descrive le difficili condizioni in cui si trovano in una Corea ancora unita, ma sotto l’occupazione giapponese.

La storia ha un importante peso all’interno dell’economia del racconto.
È lei a dettare il passato, il presente e il futuro a cui si devono sottoporre i coreani in un Giappone ostile nei loro confronti. 
Gioca un ruolo cruciale anche nella visione generale che il lettore ha della Corea d’oggi: innanzitutto è divisa, ma viene considerato un paese moderno, ricco e attraente. La verità è che il successo di oggi poggia sugli sforzi di ieri e la prosperità del paese odierno è attanagliato dalla sofferenza.
Sì, perché oltre alla donna, un altro elemento imprescindibile è il dolore che la sofferenza causa: Gosaeng in coreano. Questo concetto è più volte ribadito da tutte le donne del libro, “il destino di una donna è soffrire“.

Sunja lo sentiva dire da una vita dalle altre donne che il destino di tutte era soffrire: soffrire da ragazze, soffrire da mogli, soffrire da madri, morire soffrendo.

Il  racconto abbraccia la sofferenza che si insinua nelle diverse generazioni, sotto forme diverse. Ciò che non cambia è il gosaeng radicato nelle figure femminili.
Questo flusso coinvolge anche Phoebe che, seppur essendo un personaggio marginale, anche lei è inseguita dal tormento. È un tormento più attenuato rispetto a quello di Sunja e Kyunghee che lottavano per dar da mangiare ai propri figli. È un tormento più esistenziale e meno materiale che si presenta sotto una forma più sottile e subdola, ma che logora comunque la donna.

_______________________________DA QUI SPOILER____________________________

Inevitabilmente anche il Pachinko, titolo originale del libro, è un protagonista del libro.
Questi sono sale da gioco molto diffuse in Giappone. Il Pachinko, a mio parere, ha un ruolo simbolico molto forte. Rappresenta la strada da dove provengono i coreani, la miseria e le difficoltà che hanno dovuto attraversare, visto che chi lavora nel ramo delle sale da gioco è malvisto dalla società giapponese. È il luogo da dove provengono, il mezzo per uscirne, ma anche il luogo dove tornare per espiare le proprie colpe e compiere il proprio destino.
Un destino possessivo che prevarica e sovrasta le volontà dei personaggi maschili richiamandoli a sé uno ad uno. Un destino ironico nei confronti di Kyunghee che veste i panni  della donna caritatevole nei confronti dei vicini di Ikaino offrendo loro del cibo; ma anche i panni della ‘mendicante’ costretta a supplicare il proprietario giapponese della fattoria per ottenere del liquore per attenuare i dolori del marito. Un destino beffardo per Sunja e Etsuko che ritrovano i figli dopo un lungo periodo di attesa, ma solo per perderli nuovamente.
Un destino che assomiglia alla biglia del Pachinko perché non sai se ti porterà a vincere o se ti porterà a perdere, se a ridere o a piangere. Un destino che, come nel drammatico caso di Sunja, trasforma una benedizione in una maledizione.

In questo lungo schema che vede l’alternarsi dei personaggi narrati, si vede come l’elemento della coreanità sia sempre presente, a volte in vesti più visibili, altre volte mimetizzato sullo sfondo delle vite dei personaggi. Vediamo come il viaggio parta dalle umili Yangjin e Sunja provenienti da una piccola isola nel Sud della Corea, a come questo termini con Solomon che non parla coreano, che studia in America, ma che continua comunque a rimanere, almeno sulla carta, un coreano che deve chiedere il permesso di soggiorno.
Noa e Mozasu, figli di Sunja, rappresentano la generazione di mezzo, quella di passaggio, quella che risente di una infanzia vissuta tra la strada e la guerra, ma che col tempo riesce a ottenere un riscatto, perlomeno monetario, sperando di lanciare i propri figli verso un destino più lontano dalla Corea.

Nella seconda parte del racconto, il tempo scorre velocemente lasciando più spazio alla sostanza che al dettaglio, facendo sì che le trame si allunghino e rimangano un po’ isolate senza che ci sia una approfondita e attenta descrizione degli eventi che faccia da collante tra questi. Nonostante ciò, non mancano momenti di intimità e commozione tra i personaggi e il lettore.

Malgrado la sofferenza sia la protagonista assoluta del libro, a volte questa è alternata da pagine che infondono speranza nei personaggi e nel lettore. Il dolore infatti è accompagnato dalla cristianità e dalla fede che le cose un giorno potranno andare per il verso giusto.
Una speranza che però rimane ambivalente, che può rinvigorire ma che può anche condannare. Isak è l’emblema di questa ambivalenza: egli è pastore della sua fede cristiana, ma è anche giudice di se stesso a causa di quella stessa fede.

Dopo la lettura di questo libro, mi sento più vicino alla Corea e alla sua storia. Io stesso ho origini coreane e comprendo la traiettoria che la penisola coreana ha tracciato nella storia. Ciò che più è evidente è che le storie raccontate non sono poi così lontane da noi e che in qualche maniera ci riguardano ancora. L’incipit di questa riflessione era che la Corea di oggi fosse un paese completamente diverso da quello descritto nel libro. E questo forse era l’intento dell’autrice, sottolineare il dolore e i sacrifici taciuti delle generazioni di coreani che hanno preceduto il benessere economico e che tuttora continua, a discapito di una rappresentazione parziale della Corea del Sud di oggi.

 

Questo articolo su “La moglie coreana” è stato scritto da Gwon Son.
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